Claudia Bouvier Calderone

La forza della debolezza nelle foto di Claudia Calderone
In un’Italia che sembra finire ancora ad Est, lungo una linea di confine che più che geografica ormai è culturale e politica, il lavoro di Claudia Bouvier Calderone coraggiosamente attraversa ciò che spesso resta invisibile. In un presente ancora incapace di comprendere fino in fondo le complessità sociali del nostro tempo, le sue fotografie restituiscono con forza la presenza di persone che chiedono di essere viste, ascoltate, accolte. Nelle piazze, nei cortei, nei luoghi di passaggio e di permanenza, Calderone documenta una tensione collettiva verso una società permeabile. I suoi scatti non raccontano soltanto il conflitto o la marginalità, ma la volontà ostinata di costruire comunità, partecipazione e appartenenza. Corpi, sguardi e gesti diventano così tracce di un desiderio comune: abitare il mondo in modo umano. Uno sguardo coinvolto che tende a uno scopo più alto: raccontare la lotta quotidiana dell’abitare. Da Trieste alle rotte del Mediterraneo, il suo lavoro si sviluppa come un’indagine continua sulla possibilità di esistere nello spazio, di renderlo proprio, di trasformarlo in casa.

Claudia Bouvier Calderone (Siracusa, 1989) è una fotografa documentarista e fotogiornalista indipendente. Dopo una formazione in biologia molecolare, sceglie di intraprendere un percorso diverso, avvicinandosi alla fotografia come strumento di indagine e comprensione del reale. Dal 2016 approfondisce lo studio della fotografia e dell’antropologia, sviluppando uno sguardo che indaga le dinamiche sociali, le relazioni umane e il loro intreccio con i cambiamenti climatici. Il suo lavoro si concentra sui temi della discriminazione di genere e dei diritti umani, con particolare attenzione alle storie di donne che resistono e ridefiniscono il proprio ruolo nelle rispettive società. Parallelamente, osserva le dinamiche migratorie lungo la rotta balcanica, seguendo i processi di attraversamento, permanenza e partecipazione attraverso una pratica fotografica che è insieme testimonianza e relazione. Nel 2017 collabora con il Center for Democracy and Reconciliation in Southeast Europe in occasione del Western Balkan Summit di Trieste, documentando le tensioni e le trasformazioni di un’area cruciale per le politiche migratorie europee. Nel 2019 una sua fotografia viene selezionata per Immigrantopolis, progetto promosso da dotART attraverso la piattaforma Exhibit Around, in collaborazione con il Dipartimento di Sociologia della Cultura dell’Università Pedagogica di Cracovia. Nel 2020 riceve una menzione d’onore al Women Street Photographers Exhibition, curato da Gulnara Samoilova, nell’ambito del Trieste Photo Days. Nel 2022 è tra gli artisti selezionati per la residenza Paratissima Factory a Torino, dove sviluppa una ricerca visiva incentrata sul rapporto tra identità, spazio e immaginario. In questo lavoro, la fotografia diventa uno spazio di dialogo: un luogo in cui lo sguardo incontra quello dell’altro e lo riconosce. Non si limita a mostrare, ma costruisce prossimità, rendendo visibile quella tensione costante tra vulnerabilità e forza che attraversa i corpi e i territori. Il progetto No Time to Space si inserisce con forza narrativa in questa traiettoria. Il titolo dialoga con No Time No Space di Franco Battiato. In un secolo attraversato da crisi climatiche e nuove frontiere, Calderone inquadra le seconde generazioni in una città come Trieste, che non ha mai smesso di essere luogo di passaggio e conflitto. No Time to Space racconta il bisogno di prendersi i propri spazi: spazi di preghiera, di parola, di manifestazione, di arte. Piazze, poetry slam e pratiche artistiche diventano gli strumenti a disposizione della collettività per affermare una nuova identità e nuove appartenenze. Ragazze, ragazzi, uomini e donne provenienti da storie differenti si ritrovano così in una stessa tensione: costruire una presenza che non rinneghi le origini ma le attraversi. Non si tratta soltanto di appartenere a un luogo, ma di costruirlo, abitarlo con il proprio corpo, la propria lingua e la propria memoria.

In questa puntata di Kukerle, Calderone presenta una fotografia tratta dal progetto The Ballad of Sexual Dependency di Nan Goldin, svelando un frammento di come si sviluppa anche la sua ricerca: analizzare e costruire, attraverso le immagini, un’identità fluida e comunitaria, dove memoria, appartenenza e relazione diventano strumenti per abitare il mondo insieme.

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